10.09.2011 16:04 Età: 8 yrs
Categoria: Ricercatori

In Tibet con il Maestro

di Marina D’Antone


Il giorno della ricorrenza del compleanno di Sree Ananda Moy Ma, nel maggio del 2007, Swami Sri Satyananda, il mio Maestro spirituale, mi comunicò che aveva deciso di portarmi  in pellegrinaggio in Tibet, cosa che mi era stata negata quando l’aveva programmato, senza riuscire a realizzarlo, un ventennio prima.

La cosa mi sorprese alquanto poiché ero convinta di non avere più l’energia né le qualità adatte ad affrontare una simile esperienza. Ho quasi sessant’anni ed ogni tanto  un picco di ipertensione mette a dura prova i miei vasi sanguigni e quindi non avevo neanche pensato di iscrivermi  nella lista dei partecipanti…Ma lui non mi disse “se vuoi”, mi disse “tu verrai”. Potevo sottrarmi a questo goloso invito?

Fu un susseguirsi di telefonate, fax ed e-mail, poi finalmente arrivò il programma: dal 7 al 29 settembre…con i dettagli e le altitudini da raggiungere durante il  kora, percorso circolare  intorno alla cima inviolata del monte Kailash,…quota 5.750 o qualcosa di simile…

Le notizie che leggevo sui libri  consigliati per prepararmi al viaggio non erano confortanti: parlavano di disturbi e dolori che  sarebbero sopraggiunti ed incrementati in maniera direttamente proporzionale al crescere dell’altitudine, semmai si  fosse sopravvissuti alla pressione dell’atmosfera rarefatta.

Cominciai a  proiettare sullo schermo della mente le più cupe delle  ombre chiedendomi se quel pellegrinaggio fosse il concretizzarsi di un vecchio desiderio accarezzato da tempi lontani  o, cosa più probabile, se servisse a portare a compimento un mio progetto suicida.

Me lo chiesi ogni giorno, fino al momento della partenza. Sentivo in cuor mio  che il Maestro, creatura di grande conoscenza, sapeva quello a cui sarei andata incontro ma questo non bastava a scacciare dalla mia mente i miei dubbi. Comunque realizzai che se fossi morta sarebbe accaduto fra le braccia della persona che più mi amava e questo mi dava un certo conforto.

La mia salute, non ottima, aggiungeva ansia alle ansie: avrei retto i quasi seimila metri, io che ho trascorso quasi tutta la mia esistenza a livello del mare?

Continuavo comunque a preparare con massima cura tutto ciò che mi era stato consigliato di portare con me, coadiuvata da mio marito al quale devo la metà del merito di quest’impresa, poiché a lui, direttamente, Sri Satyananda chiese di pagare la mia quota di partecipazione.

Sono una viaggiatrice, nell’anima , e per questo ho sempre una valigia pronta. Sono la prima a partire per “chissaddove” ma questa volta mi sentivo insicura e  tuttavia mandavo avanti il progetto fra mille oscuri pensieri.

Il 6 settembre arrivò e mi ritrovai, al mattino, all’aeroporto di Catania. Mio marito mi accompagnò ed entrai nella sala d’imbarco senza più voltarmi indietro ma solo quando allacciai la cintura di sicurezza sull’aereo sentii svanire ogni incertezza e mi preparai per la magica avventura che mi avrebbe regalato esperienze irripetibili.

La prima tappa fu Roma dove la mia compagna di viaggio, Brigitte, mi avrebbe accolta ed ospitata per la notte. Dormii abbastanza serenamente ed al mattino prendemmo il volo per Francoforte dove ci saremmo ricongiunti al resto del gruppo. Vidi arrivare il Maestro in tutta la sua bellezza e lo seguii con lo sguardo: la barba ed i capelli bianchi a cornice della pelle dorata del volto, il magnetismo del suo aspetto gradevole, il movimento delle mani, la curva morbida delle spalle larghe, la prominenza del ventre, accogliente rifugio di tante emozioni tradite.

Non mi avvicinai ma il mio spirito era, così come sempre, in sintonia con lui.

Seppi che aveva chiesto di me e chiese di me anche sull’aereo dove  non volli più sottrarmi alla sua presenza e mi avvicinai accoccolandomi ai suoi piedi: mi parlò con l’amore tenero di sempre…. Sentii ancora di più che quel viaggio sarebbe stato indimenticabile.

L’aeroporto di Delhi ci accolse con il brusio della sua folla ed i suoi odori. Qua e là, sdraiati per terra, studenti e militari in maggior parte, attendevano la chiamata per il volo. Anche noi, seduti sulle poltrone, con i piedi allungati sui bagagli, tentavamo di riposare alla buona perché il volo per Katmandu sarebbe stato al mattino ed avevamo un’intera notte di attesa.

Riuscii a dormire per  pochi minuti e passai la maggior parte del tempo a fotografare  intorno, come d’altronde fecero i miei compagni di viaggio. Brigitte mi invierà una foto che mi ritrae mentre sonnecchio con un sorriso sulle labbra: evidente dimostrazione del mio stato di appagamento.

Il Maestro nel frattempo era scomparso:  unico ad avere il passaporto indiano e quindi il solo a poter lasciare la zona di transito, s’era allontanato per cambiare i dollari in rupie. Ci avrebbe raccontato poi d’essere rimasto in un’altra sala d’attesa in divertita osservazione dei viaggiatori. A dire il vero avevo maliziosamente pensato che ne avesse approfittato per andare  a dormire in un alberghetto vicino all’aeroporto .

Al mattino ci imbarcammo, dopo i controlli di rito, per il Nepal… Mi faceva piacere pensare di ritrovarmi sulle orme del Buddha e cominciai a cantare sommessamente, accompagnandomi con il battito delle mani, “Om Mani Peme Hum”. Credo di essere apparsa un po’ matta agli occhi dei viaggiatori vicini ma ero veramente entusiasta…

All’atterraggio ci accolse la guida turistica assegnataci dall’agenzia di viaggio. Messa intorno al collo di ciascuno di noi una sciarpa di seta gialla, ci fece salire su un bus un po’ malandato e ci illustrò, in un italiano quasi perfetto, il programma che avremmo seguito.

Il rapporto che il Maestro instaurava con chi gli veniva a contatto era del tutto particolare e lui m’aveva dato la capacità di osservare il gioco di cui si faceva artefice per regalare a tutti il suo sorriso interiore. Bersaglio del suo amore fu la nostra giovane guida che mostrò d’avere grandi qualità di pazienza e tolleranza di fronte alle contrastanti sollecitazioni a cui veniva continuamente sottoposto.

Al tempio delle scimmie, Swayambunath, lo swami s’inchinò al cospetto di un brahmino che benediceva i fedeli apponendo sulla loro fronte una tilka ( segno caratteristico che gli indu portano sulla fronte lì dov’è la sede del terzo occhio ) fatta con riso e pasta di kumkum rosso, dentro me si espanse un grande senso di rispetto per quest’uomo che dentro il suo atteggiamento altero riusciva a mantenere anche una incredibile umiltà. Era questo il mio Maestro fanciullino, lo stesso che giocava girando  le ruote della preghiera  accompagnandone il movimento con risate di allegria.

La visita a Katmandu fu segnata  da un altro episodio che io trovai divertente ma che per  altri fu  increscioso. Andammo a visitare la corte della casa in cui abitava la dea Kumari, la dea bambina. Potevano accedere alle stanze, per riceverne le benedizioni, soltanto i nativi del luogo ma con il categorico divieto di scattare foto. Sri Satyanandaj poteva facilmente confondersi con loro ma le sue mani non riuscirono a trattenersi dall’usare la fotocamera. Successe un parapiglia che si concluse con l’arrivo della polizia ed il sequestro del rullino fotografico… Subas, la guida, si trovò in balia di sentimenti contrastanti ma rimase sorridente e gentile.

A Pashupatinath, villaggio alla periferia di Katmandu,  dedicato al Dio Shiva,   sentii maggiormente la vibrante presenza del divino. Era il luogo delle cremazioni, lungo il fiume Bagmati: il crepitio delle pire, sistemate sulle piattaforme  costruite sulle rive, e l’acre odore di carne bruciata penetravano l’aria e tuttavia sentivo dentro l’accettazione profonda di ciò che vedevo.

I parenti dei defunti sistemavano con cura le cataste di legno sulle quali venivano deposti i corpi. Le donne venivano allontanate e gli uomini della famiglia, unitamente a personale del luogo, compivano il triste rito alimentando il fuoco con resine e zucchero perché assolvesse il suo compito più in fretta.

Il Maestro parlò della morte ed il suo sguardo si perse lontano: aveva visto qualcosa che non ci avrebbe mai rivelato. Giocava e scherzava, ma di tanto in tanto lanciava il messaggio con il quale annunciava che ci avrebbe lasciati da lì a poco.

“ Questo è il mio ultimo capolavoro….”

“ Uno di noi non tornerà ma non posso permettere che sia uno di voi….”

“ Non voglio morire in un ospedale italiano con i tubicini dell’ossigeno nel naso…voglio morire libero, come ho sempre vissuto”

Nessuno di noi credeva veramente che ciò sarebbe accaduto perché ai nostri  occhi egli  appariva come la manifestazione dell’immortalità….

Mi sembrava di viaggiare da turista ma l’anima pellegrina coglieva sfumature che di turismo non avevano proprio nulla…

Lasciammo il Nepal. Eravamo un po’ tutti preoccupati per ciò che ci aspettava…..

Il volo per il Tibet comprese la visione commovente delle cime innevate dell’Everest ed uno…scontro con il piede destro del Maestro. L’aveva messo fuori, nel corridoio, proprio al mio passaggio e vi incespicai appena. Fu la scusa per muovermi un rimprovero per la mia  distrazione ma le sue parole furono un vero balsamo per la mia anima poiché mi disse che sembravo una bambina. Le lacrime scesero sul mio viso mentre andavo a riprendere posto.

Atterrammo a Lhasa. Percepii che il  respiro diventava sottile, quasi impercettibile e sentii un gradevole senso di leggerezza: ero felice.

La guida tibetana  ci mise al collo delle sciarpe bianche e ci raccomandò di bere molta acqua, unico rimedio adatto ad affrontare senza danni l’essere in quota.

Nessuno di noi venne veramente risparmiato dai mali dell’altitudine: febbri, vomito, dissenterie, tossi e tachicardie…i primi giorni furono veramente pesanti. Avevamo comunque una più che  fornita farmacia omeopatica e tradizionale  e vi facemmo ricorso. Non ebbi alcuno dei suddetti problemi: era la preoccupazione il mio peggiore nemico.

Vie, volti, alberghi, piazze e mercati sfilano nella mia memoria senza lasciarvi particolari impressioni, ma non posso dire altrettanto delle visite alle dimore dei Dalai Lama…

Se chiudo gli occhi vedo la lunga scalinata del Potala:  mi sembra  di sentire  l’ansimare del Maestro, di vedere il movimento  veloce del suo addome nel respiro affannoso mentre riposava seduto sui gradini, circondato da noi tutti. Approfittavamo delle soste per scattargli delle istantanee e lui non si sottraeva, anzi sembrava quasi ne fosse divertito…

Intanto gruppi di cinesi e tibetani si fermavano a guardare la nostra giovane e timida Meera che conquistava tutti dall’alto del suo  metro e ottanta, o quasi, dispensando abbracci e sorrisi e  lasciandosi coinvolgere nelle loro foto di gruppo.

Mi sentivo inondata di ammirazione al cospetto del Maestro che, in barba all’età, dava dimostrazione di resistenza e si moveva  leggero, come  trasportato  da un’energia che lo facesse galleggiare nell’aria. Il Tibet è un luogo che lascia senza fiato, e lo fa sotto tutti i punti di vista: non ci vuole molto a comprendere che i paesaggi sono stupendi ma che nel contempo l’aria rarefatta rende estremamente impegnativi gli sforzi fisici.

La visita al Norbuligkha, dimora estiva dei Dalai Lama  mi riservò, non so perché, un nuovo momento di commozione. I padiglioni, i laghetti, la vegetazione, il silenzio, a dispetto della “rivoluzione cinese”, testimoniavano la grande spiritualità dei santi abitatori di quelle  dimore.

Nessuna cosa riusciva comunque a coinvolgermi come le parole di Sri Satyananda che penetravano la mia anima  come una saetta appuntita toccandone le parti più intime e dolenti per rompere l’ego e restituirle l’originario silenzio al di là delle mie consuete lamentazioni.

Mi parlava del mio essere dubbiosa, del mio perdermi nelle indecisioni ma diceva anche che il mio dubitare mi salvava dall’essere fanatica e che l’essere confusa maturava in me la capacità di trovare l’abbandono al divino. Non c’è stato un solo attimo in cui non mi abbia dato il suo insegnamento perché riusciva a parlare al mio cuore.

Un pomeriggio andammo a fare acquisti in una libreria al centro di Lhasa. All’uscita si sedette sui gradini antistanti e mi chiamò. Come sempre mi accoccolai di fronte a lui, ai sui piedi, e poggiai  entrambe le mani sulle sue ginocchia: l’amore era palpabilissimo. Mi chiese di abbandonare qualsiasi pensiero, di lasciarmi andare alla magia del regno di Shiva, e, al lago Manasarowar, che avremmo raggiunto l’indomani, di pregare il Dio trasformatore perché mi liberasse del Karma di questa esistenza. Ancora una volta i miei occhi si riempirono di lacrime.

Andammo, un pomeriggio, ad acquistare un abito bianco per questa straordinaria creatura dispensatrice di amore ma severo apostolo di quella verità che solo una bruciante sofferenza è in grado di svelare: l’avrebbe indossato la notte in cui la sua anima avrebbe raggiunto l’infinito.

Stava con noi durante tutte le escursioni e non perdeva d’occhio  nessuno.

Salimmo parecchie volte oltre i cinquemila. Ai nostri occhi si presentarono spettacoli mozzafiato: imponenti corsi d’acqua, laghetti incastonati in ampie vallate, sterminate distese sassose, dune di sabbia desertica, guadi, villaggi arroccati sulle cime dei monti, e poi la corona dei settemila e degli ottomila con i loro scintillanti ghiacciai.

Di quando in quando un sottile fumo, che  si levava dai comignoli delle tende dei nomadi, ci comunicava la presenza umana . Immaginavo  le famiglie riunite intorno alle grosse stufe, alimentate a sterco di yak, che fungevano anche da cucina, a consumare “tsampa”, orzo soffiato sulla sabbia rovente, e minestre di lenticchie. Le donne avvolte nei lunghi ed austeri costumi, acconciate con treccine ornate di turchesi, gli uomini con le guarnacche colorate ed i capelli legati con nastri rossi e neri, ed i  bimbi, con le guance  tonde e rosse come mele,  a correre e giocare come tutti i bimbi del mondo.

Dio c’era. E ci faceva sentire quanto fossimo piccoli, quanto effimera fosse l’umanità a dispetto della vanità che gioiva ad ogni ostacolo superato.

Durante le trasferte ci fermavamo in zone ombrose sotto le quali potevamo consumare i nostri pasti. Come per magia, anche nei posti più solitari, vedevi spuntare visetti monelli e manine distese a richiesta del cibo. La maggior parte di noi si alzava con lo stomaco quasi vuoto ma con il cuore pieno dei loro sorrisi.

Visitammo molti monasteri e ne respirammo  la pace. Di tanto in tanto,  il nostro Maestro  si fermava a parlare per coinvolgerci  nel suo gioco e darci  quel giro di vite necessario a ristabilire gli equilibri che la forza delle abitudini metteva  in serio pericolo.

 Una sera, a Saga, gli comunicai che avevo un più che fastidioso senso di vertigine. Sentivo il sangue affluirmi e pulsare all’altezza della  nuca con un pesante martellare e lui mi mandò a riposare, in camera, con uno dei suoi libri. Lessi d’un fiato la storia di una donna che, con il suo Guru, aveva  percorso il nostro stesso itinerario raccontandone le fatiche e le emozioni. Fui talmente presa dalla trama che il malessere svanì lasciando al suo posto una serena stabilità. Magia delle sue abilità di alchimista!

Mi riappropriai della mia capacità di resistenza  e feci una carezza al mio senso di autostima.

Il presagio di ciò che sarebbe accaduto sulle sponde del lago degli dei mi rendeva curiosa ed inquieta, come sempre.

Il giorno in cui la cima innevata del Kailash, sacra dimora del dio Shiva, si mostrò nel suo splendore  tirai un sospiro di sollievo  poiché la tradizione dice che essa si lascia vedere solo da coloro che praticano con sincerità lo yoga, ed io dubito sempre e seriamente delle mie capacità  d’essere un buon discepolo. Alla sua vista il Maestro si prostrò lungo in terra e poi rimase in meditazione, noncurante dei sassi aguzzi che gli  affliggevano le  ginocchia.

Raggiungemmo quindi le rive del lago  Manasarowar, silenzioso gioiello  intensamente azzurro, coronato da alte cime ed  appena increspato dal soffiare del vento gelido: elementi così saggiamente combinati dalla natura per rivelare ai nostri occhi  la sua capacità di produrre grandi magie.

Gli Sherpa, che ci accompagnarono per un tratto del nostro cammino, allestirono l’accampamento ed il Maestro chiese che la sua tenda ad igloo venisse montata  con la testa rivolta al monte Kailash e l’apertura alla riva del lago .

Vi si ritirò in silenzio dopo averci invitati  per la meditazione del tramonto, la prima durante questo pellegrinaggio. Lo raggiungemmo al calare del sole. A gesti impartiva ordini perché ci disponessimo a semicerchio accanto a lui: da un lato le donne, dall’altro gli uomini ma non riuscimmo a comprendere quale fosse il suo preciso desiderio e ci rimandò nelle nostre tende. Andammo via a malincuore e prima di allontanarmi incontrai il suo sguardo, l’ ultimo, e lo conservo gelosamente intatto nella mia anima…

Stette poi, solitario, in meditazione, davanti alle acque tranquille.  

Antonio    fisserà, in una foto, il suo riuscire a volare oltre i confini del mondo al cospetto delle meravigliose opere del creato….

Prima di ritirarsi per andare a riposare chiese di non essere disturbato fino a tarda mattina. La  richiesta parve a noi tutti , a dir poco, insolita poiché aveva l’abitudine di iniziare molto presto la giornata….

La notte  non fu delle più tranquille: erano circa le quattro del mattino quando fui svegliata da uno strano movimento che agitava la tenda. Sembrava che  un branco di bestie circondasse la nostra effimera dimora e qualcuno ci  chiamasse al risveglio. Ero andata a dormire affidando al divino ogni mia energia, in completo abbandono, ma adesso il timore si impossessava nuovamente di me. Chiamai Paola, che dormiva accanto a me  e   che non era nuova all’esperienza del Manasarowar e lei mi rassicurò dicendomi ch’era il vento.

Mi acquietai e ripresi il sonno.

Al mattino ci preparammo per un’escursione intorno al lago. Qualcosa mi chiedeva di restare ma per non apparire la solita lamentosa “rinunciataria”, salii sulla  Jeep insieme ai miei compagni.

Visitammo monasteri inerpicati su rocciosi costoni ed i miei compagni si cimentarono in ripide salite quasi a  scommettere sulle loro capacità di andare oltre i timori ed a provare a sé stessi che sarebbero riusciti a superare le difficoltà del kora.

Rientrammo per pranzo e quando fummo riuniti intorno al tavolo, Marco ci comunicò che il Maestro aveva lasciato il corpo, all’alba. Per un attimo mi sentii smarrita ed il mio pensiero volò al sicuro della mia casa: il pellegrinaggio mi sembrava finito, ma non era affatto vero, così come non era affatto vero che lui ci avesse realmente abbandonati….

Andammo tutti a rendergli omaggio silenzioso: trovai fra la sabbia un ciuffetto di fiori azzurri e li poggiai sui  piedi immobili. Per tutta la notte la piccola tenda arancio, riparo del bellissimo e sereno sorriso disegnato sul suo volto,  venne vegliata dai miei compagni. Intorno c’era un’aura di grande pace.

Al sorgere del sole gli Sherpa  compirono per  tre volte il giro dell’insolita camera ardente tenendo in  mano mazzi di incensi  accesi che poi confissero nella sabbia mentre  i nomadi, accampati nel posto, eressero silenziosamente un pavese di bandierine della preghiera.

Il giorno trascorse in fermento e tutti si diedero un gran daffare perché si potesse celebrare il  funerale con i permessi dovuti da parte del governo cinese.

Marco e Wan Du, la guida tibetana, tennero i contatti con gli uffici amministrativi per ottenere le varie autorizzazioni che, con nostra sorpresa arrivarono immediatamente, quasi venissero prodotte da un evento prodigioso.

Fra commozione e tristezza giunse l’ora di cena che consumammo nella sala-tenda al lume di lampade a gas, in compagnia di un vento gelido che entrava da ogni minima apertura. Quella notte io e Paola dormimmo abbracciate….

Non furono poche le difficoltà che ci furono poste, ma esse svanirono, come per incanto, perché il pellegrinaggio si svolgesse senza cambiare il minuzioso programma che il Maestro aveva studiato e concertato per noi.

Era suo desiderio di venire cremato lì dove aveva abbandonato la terra, ma non ci  rilasciarono il permesso. Il rito avvenne comunque su una collinetta soprastante: il cielo limpido regalava la vista di un Kailash assolutamente sgombro da nuvole ed un Manasarowar più azzurro che mai.

Tutti noi sollevammo dal carro il corpo del Maestro, avvolto in un candido sudario, e lo deponemmo delicatamente sulla catasta abilmente composta. Simone, il più anziano dei discepoli, come ogni figlio maggiore, accese il fiocco di cotone sistemato tra le labbra. Poi le fiamme si levarono alte, aiutate dalle resine versate sulla legna.

Ognuno di noi   lanciò sopra la pira la  sciarpa in seta bianca che gli era stata donata all’arrivo in Tibet ( mi vennero allora in mente le parole di Sri Satyananda: “Quando c’è amore tutto arriva al posto giusto senza sforzo. Se durante le feste lanciavo dei petali di fiori verso la Madre, essi le cadevano dolcemente in grembo, anche se tenevo gli occhi chiusi”) così, quando fu il mio turno,  vidi con sorpresa ch’essa veniva risucchiata da un vortice adagiandosi sul cuore del Maestro: un’ulteriore prova di quanto grande fosse il suo amore.

La comune profonda commozione  si trasformò in un canto sommesso dedicato a colui che ci aveva regalato la capacità di  vivere magiche esperienze durante la ricerca di noi stessi.

Sotto il cocente sole tibetano del giorno 19 settembre 2007, in poco più di due ore  il fuoco consumò  quel corpo senza che alcun odore, né sinistro scoppiettio, si levasse insieme al fumo.

Desiderio preciso del Maestro era  che proseguissimo il viaggio, qualsiasi cosa gli fosse accaduta, poiché desiderava che la bandiera del Sadhana Ashram, sulla quale ognuno di noi aveva apposto la propria firma, sventolasse gagliarda insieme a mille altre, al passo del Drorma-La, il più alto raggiungibile in scalata dell’inviolato monte Kailash e desiderava ancor più che ognuno di noi uscisse vivificato da quella straordinaria esperienza.

Andammo a Darchen, punto di partenza del kora,  ed io fui nuovamente assalita da mille timori, soprattutto perché le mie labbra un po’ cianotiche dimostravano ch’ero già in debito d’ossigeno. Dovevamo toccare quasi i seimila metri quindi decisi di restare al campo base; ma  non fu facile impresa. Rimasi con due compagne in cattive  condizioni di salute.

Annarosa che mi era stata affidata da Flavia, la sua figlia maggiore, era stata colpita da uno stato febbrile e per di più aveva difficoltà respiratorie così come Lucilla, che nonostante la sua solita leggerezza,  non poteva negare la sua condizione di dispnea durante la notte. Così io, che sentivo il desiderio d’essere coccolata e consolata, dovetti in qualche modo prendermi cura di loro.

Mio marito, nel frattempo, mi tempestava di messaggi cercando risposte che gli rivelassero il mio stato d’animo, senza rendersi conto che il pensiero della sua preoccupazione non favoriva affatto il mio equilibrio.

Le comunicazioni erano molto difficili ed a volte impossibili, trovai comunque un centro telefonico dal quale mi misi in contatto con la mia casa perché  potessero sentire la mia voce e rasserenarsi….

Le notti agitate delle mie compagne di camera mi videro forte e serena ma tre giorni e due notti  furono sufficienti a farmi desiderare di rincontrarmi con il resto del gruppo perché potessi lasciare la responsabilità che mi era stata affidata.

Fortunatamente erano insieme a noi, nella Guest House, una piccola comitiva di olandesi composta da una coppia ed una sorella di lui. Facevano parte di Emergency ed avevano già scalato l’Himalaya in più punti: gente straordinaria  con la quale s’instaurò un amichevole rapporto che ci regalò sereni momenti e tanti sorrisi.

Era rimasto con noi un giovane Sherpa, Nima, perché ci preparasse i pasti che  quasi sempre consumammo,  nella cucina buia riscaldata da una grossa stufa- fornello, insieme a lui ed a qualche simpatico topolino  che sgattaiolava da dietro i sacchi di farina e di riso.

A mezzogiorno del terzo giorno andammo ad accogliere i pellegrini del kora ed il mio cuore sussultò di gioia alla vista dei primi yak della carovana. Bruno fu il primo con il quale scambiai l’abbraccio, poi arrivarono gli altri,  scortati dai fedelissimi portatori. La compagnia si ricompattò.

Ennio mi affidò i suoi bastoni ed andò a prendere il bagno nel gelido fiume Brahmaputra che scorreva nella valle sottostante.

Rifocillati e riposati riprendemmo la via del ritorno facendo tappa ancora una volta al lago sulle cui rive s’era concluso il pellegrinaggio terreno del nostro Maestro.

Salutati con calore i nostri fidi Sherpa che ci erano rimasti amorosamente accanto, quasi  a vegliarci durante  la parte più dura del percorso, iniziammo il nostro viaggio di ritorno.

Contrariamente all’andata, in cui i trasferimenti furono fatti in aereo, tornammo in Nepal con le Jeep, passando attraverso le montagne.

C’era un freddo intenso e la neve cominciava ad imbiancare qua e là l’altipiano che si distendeva fino a raggiungere i piedi della catena Himalayana... La carovana, composta da cinque automezzi, si fermò al posto di ristoro per poter consumare, al caldo di una stufa, la colazione a sacco.

Riprendemmo il cammino.

All’auto in cui ero alloggiata si bloccò il tergicristallo lato guida e l’autista si fermò per ripararlo così che perdemmo il contatto con il resto del gruppo e ci trovammo a girare per l’altipiano desertico senza  poter individuare il giusto percorso.  L’autista mal celava indifferenza e ci rassicurava ma si capiva che non riusciva ad orientarsi poiché si fermava troppo spesso a scrutare all’orizzonte e  spesso mutava direzione. Le piste in effetti erano molte e si intersecavano scompostamente anche a causa delle piogge.

Cominciava a calare il sole e c’era sempre più freddo. Un pensiero mi fece rabbrividire: se non avessimo trovato la strada saremmo rimasti a congelare nell’auto. Niente telefoni, niente villaggi, niente possibilità di contatti con altre anime vive se non con qualche  yak…

Luigi scherzò  sadicamente dicendo  ch’eravamo rimasti anche senza carburante ed io  mi rassegnai al pensiero di rendere l’anima al signore in quel magico luogo sperduto fra le montagne. Ad un tratto  mi ritrovai a parlare con il Maestro. Gli dissi che lo scherzo era durato abbastanza e gli chiesi  di guidarci fuori da quella landa deserta. Come per incanto l’autista ritrovò la pista e noi  tutti la serenità. Strana coincidenza!???

Raggiungemmo  i nostri preoccupati compagni ad un passo innevato dove, come in ogni altro luogo considerato sacro, sventolavano migliaia di bandierine con le loro preghiere. Mi sembrava  si felicitassero con noi per lo scampato pericolo e  ci salutassero con calore poiché eravamo prossimi a lasciare il Tibet

Ci attendevano ancora molte ore di viaggio sotto piogge battenti; incontrammo frane e smottamenti che ci costrinsero a lunghe code per le strade dissestate…

Il lussureggiare della vegetazione fra rivoli d’acqua e cascate ricominciò. Le piante mi erano mancate: mi riproposi, al mio ritorno a casa, di dare una carezza a tutte le splendide creature  del mio giardino, in segno di gratitudine per il dono che ogni giorno ricevo dalla loro presenza.

I conducenti delle Jeep ci lasciarono al mattino successivo , con larghi sorrisi, al confine fra Tibet e Nepal e noi percorremmo a piedi il ponte dell’amicizia, con i nostri zainetti sulle spalle e con il bagaglio  d’allegria e di letizia chi è andato oltre i propri timori.

Eravamo pronti per il ritorno in Italia..

Qualcuno aveva portato nel suo zaino, dal Manasarowar, un carico molto prezioso: le ceneri del Maestro. Ci dissero che se esse  fossero rientrate in Italia non avrebbero potuto uscirne e non avremmo potuto  assecondare il suo desiderio che venissero sparse nel Gange. Le lasciammo quindi, ben custodite,  a Katmandu in attesa che  Marco e Simone  vadano a restituirle alla natura.

Il resto del viaggio fu contraddistinto unicamente da lunghe attese agli aeroporti: a quello di Francoforte ci separammo dopo calorosi abbracci ed in gruppetti partimmo per le varie destinazioni. L’armonia  ci aveva permesso  di superare ogni difficoltà e di  vivere l’ esperienza  dell’unità. Saremmo ritornati alla vita di ogni giorno, più ricchi e forse un po’ trasformati.

Lasciai Brigitte  a Roma e proseguii il mio viaggio: le quattro ore di attesa  all’aeroporto di Fiumicino mi sembrarono veramente poca cosa, così come breve mi sembrò l’ora di attesa del bagaglio a Catania…Dopotutto ero in viaggio solo da ventiquattr’ore…..


Poesie