Le esperienze spirituali di Atmananda con il suo Maestro Sri Rishi Satyananda

Gli inizi

Dopo il nostro primo incontro, il nostro contatto andò sempre più rafforzandosi.

La mattina, presto, quando arrivavo al mare riuscivo a vedere dov’era e lo raggiungevo. Satyanandaji era prodigo di insegnamenti sia pratici che teorici. Io pendevo dalle sue labbra ed assorbivo i suoi insegnamenti come una spugna. Mi sentivo attratto da Lui come da una calamita. Allora non riuscivo a spiegarmi come ciò succedesse.

Ora, comprendo che la sua anima attraeva la mia, verso quella perfezione che è, all’anima del discepolo, congeniale ma oscurata dal senso di un io ignorante. Solitamente non facevo domande…ascoltavo soltanto…più esattamente mi perdevo guardandolo.

La mente, in sua presenza diventava calma e sperimentava una quiete indescrivibile.

Se non ci vedevamo al mare lo andavo a trovare, di pomeriggio a Belpasso, un paesino ai piedi dell’Etna, dove viveva in una villetta messagli a disposizione da una famiglia a Lui devota.

Mi trattenevo a volte sino a notte tarda. Dimentico di tutto e di tutti.

Il Maestro stava seduto sul suo letto e noi discepoli (a volte ero solo) davanti a Lui.

La gente faceva domande e Lui rispondeva nel suo italiano molto approssimativo. Ma non era quello che diceva che mi colpiva, piuttosto l’energia che emanava dalla sua voce e dalla sua presenza.

Un pomeriggio, insieme ad altre persone stavamo seduti di fronte a Lui, mi successe che mentre guardavo la sua bella figura, seduta sul letto,  scomparve alla mia vista come se si fosse smaterializzato. Rimasi sorpreso del fatto e cercai di guardare meglio. Strabuzzai gli occhi e mi ripetevo che era solo un’illusione ottica, ma nonostante i miei tentativi Satyanandaji, era invisibile ai miei occhi.

Dopo, quando, tutti furono andati via, rimasi ancora fino a tarda notte ed appena fu possibile gli raccontai l’accaduto. Lui mi stette ad ascoltare sereno, con un live sorriso che gli illuminava il volto. “Simone hai ricevuti una grazia” mi disse “hai visto la mia reale natura”, “ io non esisto”

Tra i ricordi, dei primi tempi, c’è ne uno che amo ricordare vividamente. Continuavo a lavorare a Milano come cancelliere ma non appena mi era possibile scendevo a Catania a trovare il mio Maestro.

Il quel periodo Satyanandaji abitava nella parte alta di Catania, in un piccolo appartamento, messogli a disposizione da una devota. Pregavo ardentemente la Madre Divina perché mi desse un segno e mi concedesse di vivere una vera esperienza spirituale, che mi desse incoraggiamento.

Mi ricordo quella sera, ero andato a trovare Satyanandaji, come tante altre volte (non lo lasciavo in pace, gli ero sempre intorno e cercavo di imparare il più possibile), eravamo soli e mentre Lui in cucina preparava la solita cena ( un frullato con pane, latte e frutta secca) io mi trovai in un’altra stanza in piedi, in adorazione davanti ad una bella foto di Shreé Ananadamayeé Ma, la guida spirituale di Satyanandaji.

D’improvviso il pensiero che in quei giorni mi aveva assillato mi tornò alla mente  ed io mi ritrovai a pregare la Madre con queste parole:” ti prego, Madre Divina, dammi un piccolo segno che mi rassicuri che sono nel cammino della ricerca per la liberazione”( Moksa)

Nel momento in cui espressi, mentalmente la preghiera il mio corpo, istantaneamente si paralizzò; così da non poter più muovere neppure un muscolo, né parlare e neppure chiudere gli occhi. Un po’ impaurito cercai, cercai di gridare, ma inutilmente.

L’esperienza durò solo alcuni minuti che mi parvero un’eternità. Poi, finalmente, il mio corpo riacquistò, pian piano, la sua normale coscienza ed io tornai nuovamente nello stato di poter controllare i movimenti.

Devo confessare che in un primo momento ero spaventato e pensai che si fosse trattato di una forma di paralisi o del sintomo di qualche strana allucinazione.

Non appena tutto tornò normale, corsi, subito in cucina per avvertire Satyandaji e raccontargli quanto era successo. Notai che sorrideva in modo biricchino; non solo era al corrente di ciò che mi era successo, ma sono sicuro che Lui stesso era stato l’artefice di quell’esperienza.